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mezzo alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritandosi a una Trao — bel guadagno che ci aveva fatto! — La piccina diceva sempre: — Io son figlia della Trao. Io mi chiamo Isabella Trao.

La guerra si riaccese più viva fra le ragazze quando si maritò don Ninì Rubiera: — S’è vero che siete parenti, perchè tuo zio non ti ha mandato i confetti? Vuol dire che voialtri non vi vogliono per parenti. — L’Isabellina, che rispondeva già come una grande, ribattè:

— Mio padre me li comprerà lui i confetti. Ci siamo guastati coi Rubiera perchè ci devono tanti denari. — La figlia della ceraiuola, ch’era del suo partito, aggiunse tante altre storie: — Il baronello era uno spiantato. La Margarone non aveva più voluto saperne. Sposava donna Giuseppina Alòsi più vecchia di lui, perchè non aveva trovato altro, per amor dei denari: tutto ciò che narravasi nella bottega di sua madre, in ogni caffè, in ogni spezieria, di porta in porta.

Nel paese non si parlava d’altro che del matrimonio di don Ninì Rubiera. — Un matrimonio di convenienza! — diceva la signora Capitana che parlava sempre in punta di forchetta. Cogli anni, la Capitana aveva preso anche i vizii del paese; occupavasi dei fatti altrui ora che non aveva da nasconderne dei