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la festa? — La piazza, in fondo alla stradicciuola, sembrava un alveare di vespe in collera. Nanni l’Orbo, Pelagatti, altri mestatori, eccitatissimi, passavano da un crocchio all’altro, vociferando, gesticolando, sputando fiele. Gli avventori di mastro Titta si affacciavano ogni momento sull’uscio della bottega, colla saponata al mento. Nella farmacia di Bomma disputavasi colle mani negli occhi. Dirimpetto, sul marciapiede del Caffè dei Nobili, don Anselmo il cameriere aveva schierate al solito le seggiole al fresco; ma non c’era altri che il marchese Limòli, col bastone fra le gambe, il quale guardava tranquillamente la folla minacciosa.

— Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete?

— Voglíono le terre del comune, signor marchese. Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, e che adesso tocca a noi, perchè siamo tutti eguali.

— Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no! Tutti eguali!... Portatemi un bicchier d’acqua, don Anselmo.

Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come un’ondata di gente, e un brontolìo più minaccioso, che si propagava in un baleno. Santo Motta allora usciva dall’osteria di Pecu-Pecu, e si metteva a vociare, colla mano sulla guancia:

— Le terre del comune!... Chi vuole le terre del