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— E perchè poi? A vantaggio di chi vi fate la guerra?... Chi ne gode di tanto denaro buttato via?... — conchiuse Canali infervorato.

— Pazzie! ragazzate!... Un po’ di sangue alla testa!... La giornata calda!... Un puntiglio sciocco... un malinteso... Ora tutto è finito! Andiamo via! Non facciamo ridere il paese!... — E il notaro cercava di condurli a spasso tutti quanti.

— Un momento! — interruppe don Gesualdo. — La candela è ancora accesa. Vediamo prima se hanno scritto l’ultima mia offerta.

— Come, come? Che discorsi!... Cosa vuol dire?... Torniamo da capo?... — Di nuovo s’era levato un putiferio. — Non siamo più amici? Non siamo parenti?

Ma don Gesualdo s’ostinava, peggio di un mulo:

— Sissignore, siamo parenti. Ma qui siamo venuti per la gabella delle terre comunali. Io ho fatta l’offerta di sei onze e quindici tarì a salma.

— Villano! testa di corno!

Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu costretto a sedere di nuovo sul seggiolone, sbuffando. Vuotò di un fiato il bicchiere d’acqua, e suonò il campanello. — Signori miei! — vociava il segretario, — l’ultima offerta... a sei onze e quindici! — Tutti se n’erano andati a discutere strepitando nell’altra sala, lasciando solo don Gesualdo dinanzi alla scri-