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a dare un’occhiata allo scartafaccio del segretario, e poi si mise a battere le mani.

— Viva la pace! Viva la concordia!... Se ve l’ho sempre detto!...

— Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Marianna Sganci!... — disse il canonico commosso, porgendo la lettera aperta a don Gesualdo. E fattosi al balcone agitò il foglio in aria, come una bandiera bianca; mentre la signora Sganci dal balcone rispondeva coi cenni del capo.

— Pace! pace!... Siete tutti una famiglia!...

Canali corse a prendere per forza mastro Nunzio, Burgio, perfino Santo Motta, scamiciato, e li spinse nelle braccia dei nuovi parenti. Il canonico abbracciava anche comare Speranza e il suo bambino. Avrebbero pianto gli stessi sassi. — Per parte di moglie... siete cugini...

— E’ vero, — aggiunse don Ninì tuttora un po’ rosso in viso. — Siamo cresciuti insieme con Bianca... come fratello e sorella.

— Caro don Nunzio!... vi rammentate la fornace del gesso... vicino Fontanarossa?...

Il vecchio burbero fece una spallata, per levarsi d’addosso la manaccia del barone Zacco, e rispose sgarbatamente.

— Io mi chiamo mastro Nunzio, signor barone. Non ho i fumi di mio figlio.