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di misteri; talora e un intrecciarsi di festoni e di ghirlande di pampini, ricca mercede dell’industre agricoltore; talora sono antichi bagni pensili che disegnano le loro nicchie nelle azzurrine onde; talora vedi gruppi di case messe a scaglioni tra l’eterna verzura degli uliveti e degli aranci, che, leggiermente incurvandosi tra i bassi e ridenti poggi, discendono per vezzo fin sull’orlo del mare; talora vedi gli avanzi di romani ruderi che ricordano la grandezza del più gran popolo del mondo, e più lungi, l’umil capanna del villico; talora scorgi intere città e villaggi come Vico, Meta, Massaquana, Ticciano, sparsi sul declinar de’ colli o nell’altissimo vertice di una montagna; di botto ti si mostra nudo, orribile di selvaggia grandezza, il precipizio di Scutolo, che spinge dal lido alle nubi la gigantesca sua cervice; e talvolta finalmente ogni magnifica scena sparisce, e non ti lascia esposti alla vista che una montagna sul capo e un immenso mare sotto i piedi.

E quando per due ore continue i tuoi occhi sarannosi divagati su tante vicissitudini di quadri, ti avrà paruto durare un istante il cammino.

L’entrata di Sorrento è un presepe; l’anima si apre dolcemente e si affa alla semplicità di quelle campagne. Dumas ha detto: Sorrento è un bosco di aranci, ed al vero si è apposto, perocchè quest’albero è il re di quelle verdeggianti colline; le sue frutte dir si possono con ragione le vere poma degli Orti Esperi-