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giorno, e studiavasi di dimenticare e far dimenticare di essere stato suo padre un semplice fornitore.

L’ambizione intanto il rodeva. Pago non era del titolo di cavaliere; avea bisogno di un posto luminoso, di una carica elevata, d’una missione diplomatica; ed eccolo buttarsi tra gli uomini politici, ed insinuarsi nei salotti de’ ministri.

Il marchese Rionero, benchè ritirato intieramente dai pubblici negozii da molti anni, e per sua stessa volontà esiliato in Sorrento e tutto consacrato alle cure che esigeva il miserevole stato della figliuola, godea sempre, per giusta deferenza usatagli, del suo credito e della sua influenza. I ministri andavano talvolta a consultarne la saggia esperienza e il sottil tatto diplomatico, onde agevol gli era di ottenere quel che bramava. Oltracciò, la intemerata sua probità e la sua larga beneficenza avean ristretto attorno a lui un cerchio tale che l’invidia, la calunnia e la maldicenza non osavano invadere e valicare.

Il cav. Amedeo indovinò nel marchese l’uomo che avrebbe potuto servire a’ suoi proponimenti ambiziosi, e fece di avvicinarglisi. Il che non gli fu difficile, essendo amico del conte Franconi, amicissimo del marchese. Un bel mattino adunque il cav. Amedeo si trovava nel casino Rionero a Sorrento.

Veder la cieca e tosto concepire l’ardito disegno di divenir genero del favorito diplomatico fu la faccenda di un istante. E non riposò