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trice che, siccome a lei mancava un senso, anche in quella donna fosse difetto di un senso, il senso dei ricchi, e pero la disparità scomparsa era tra loro. Beatrice suppliva a Geltrude in quello che le mancava d’agiatezza, e costei suppliva a lei nel senso della vista.

E Geltrude era nata di onesti genitori ed appartenenti al colto ceto medio; sicchè non in qualità di cameriera avea stanza in casa Rionero, ma sibbene qual familiare era tenuta e riguardata; aveala in istima il Marchese, e moltissimo amore addosso le avea posto la fanciulla, perciocchè le intere giornate con lei sola rimanea, quando mancavale la momentanea compagnia del tenerissimo padre. Dobbiam dir veramente che Geltrude meritavasi quella estimazione e quell’amore, che ad una naturale bontà di cuore congiungea non comune istruzione e intelligenza. Bravi tanta dolcezza e tanta bontà nelle cure che ella prestava alla sventurata cieca, che questa vicino a lei sentiva men trista la solitudine della cecità. Il libro, in sulla cui lettura era tutta intesa Geltrude e che tanto chiamar parea l’attenzione di Beatrice, era il famoso romanzo del Manzoni I promessi sposi. Quella storia così semplice e cara, quelle angosce di due vergini anime che si amano, ed a cui la prepotenza e la malvagità fanno aspra guerra, commoveano oltremodo il cuor della fanciulla, sì che Geltrude avendolo cominciato a leggere la sera precedente, fu desta a prima ora del mattino per ripigliarne il filo interrotto.