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architrave, il quale tanto debba avere di proiettura, ovvero sporto, quanto d’altezza. I denti del denticulo devano essere larghi il mezzo dell’altezza, sicchè sieno in duplo lunghi che larghi: e la profondità loro debba esser li due terzi della larghezza loro. Il cimazio posto sopra al denticulo debba esser la sesta parte d’esso denticulo. La corona dipoi sopra a questo col suo cimazio debba esser tanto alta quanto il mezzo dell’epistilio: tutto lo sporto della corona col suo cimazio e col denticulo di sotto debba essere quanto l’altezza del zoforo. Sopra a queste parti poi si pone l’astragalo, il quale in questo loco è conferente a quello del capitello, perocchè qui si debba intendere per astragalo quella parte che è sopra alla corona dove si formano i fusaroli: e questo debba essere alto il nono della corona dagli ultimi cimazi. Sopra a questo dipoi si loca la gola ovvero sima, che debba essere un ottavo più alta che la detta corona di sotto. Gli acroteri, cioè le sommità angolari di sopra tutte le dette parti, sono il mezzo alti del timpano. Ma a più perfetta notizia delle predette regole e proporzioni è da notare che tutte le dette parti assegnate, eccetto il zoforo, debbano tanto sportare, o avere di proiettura, quanta è l’altezza loro: ed è da sapere che tutte le dette parti devono avere la duodecima parte di smusso, ovvero d’inclinazione; sicchè le parti inferiori abbiano minore proiettura, acciocchè da basso quelle meglio si possano comprendere. Le quali parti e regole osservate, avranno le cornici la proporzione loro secondo Vitruvio e l’antica forma.

Alcune altre specie di cornici assai antiche si trovano, difficili, ad intendere per scritture per la oscurità dei vocaboli, benchè rare fussero, dalle quali era ornato nel terzo cinto il Campidoglio di Roma (1), e un altro edificio desolato appresso alla chiesa di S. Adriano in Roma (2),

  1. Quello che qui l’autore chiama terzo cinto (supposto che ve ne fossero altri due esteriori) è il muro del Tabulario Capitolino del quale dà la pianta, ed a f.o 81 v.o (codice membran. Saluzziano) la elevazione a due ordini ambedue dorici e facendoli architravati in piano, la qual cosa è inesatta. V’è scritto: Faccia del champitolio sicchome in buona parte si uede quantunche hocchupata da moderne mura sia.
  2. Leggerebbe forse meglio chi leggesse: Edificio isolato presso alla chiesa di S. Adriano. Questo tempietto d’ordine dorico, quadrato in pianta, era ad una estremità del Foro palladio o transitorio. I disegni esistono presso Antonio Labacco (Libro d’architettura, Roma 1559, Tav. XVII e XVIII). Metà della facciata è ritratta nell’ora citato codice di monumenti antichi