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libro ii. 185

di mattoni o pietre, in paesi temperati si può fare un pavimento di calce rapillo e terra che con la calce fa presa tenacissima, i quali devano esser fatti doppi, e a contrario l’uno dell’altro, battuti con le sue fistucazioni: e migliore saria aggiungendo alla sopradetta composizione per terza parte di tutto, o almeno dell’altre parti, vasi pesti antichi o fortemente decotti; nei calcistruzzi ancora comuni si metta due quinti di calce, e sotto questa per altezza di un piè si metta fistucazioni di felce (1) o paglia; in altro modo si può fare mettendo in luogo di paglia o felce, carboni bene calcati, e di sopra, cenere, calce e rena miste insieme per altezza di mezzo piè; in altro modo, e migliore, si fa un suolo di calcinacci e testi per altezza d’un piè, e sopra questo un altro suolo di carboni ben calcati: di poi si faccia una composizione di calce, arena e favilla (2) parti eguali, e di questa si faccia un suolo alto mezzo piè; il qual pavimento, secondo che ne scrive Vitruvio, ha queste proprietà, in prima ogni liquore in se attrae e insorbe, immediate lasciando secca la sua superficie: secondo, qualunque uomo diritto in questo si posasse, benchè scalzo, ai piedi mai sentiria freddo (3). In Matelica insino al presente dì se n’è conservato uno nobilissimo fatto e figurato con baccanali, tarsie, commessi (4) e altre figure di animali, tutto di pietra per il quale si può comprendere quanta diligenza avessero gli antichi in essi. Conseguente è da sapere che gli ornamenti non necessari possono essere di più specie, come colonne morte e vive ovvero

  1. Questi precetti sono tratti dal lib. VII, cap. I di Vitruvio, però la pessima traduzione italiana (della quale si è parlalo nel catalogo de’ codici) che serviva all’autore gli fece scrivere Fistucazione di pietra selice, laddove Vitruvio parlava di uno strato di felce. Cf. Palladio I, 9. e Maius XI, 1.
  2. Favilla in latino (poichè queste sono parole di Plinio lib. XXXVI, 63) è la cenere delle brage.
  3. Palladius, 1,9. De re rustica.
  4. Poichè il cod. sanese non mentova codesto mosaico della città di Matelica (che pare quindi scoperto sul finire del XV secolo) resta buio ad intendersi che abbian da fare i baccanali colle tarsie ed il commesso. L’abate Colucci nella dissertazione Delle antichità di Matelica non fa motto di questo mosaico (Antichità Picene, vol. VI), come neppure l’anonimo che scrisse delle antichità di Matelica nel vol. XXX della N. R. Calogeriana. Leggerei perciò con baccanali di tarsia e di commessi.

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