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Ben più difficile sarebbe invece voler tracciare quali debbono essere le linee della condotta individuale. Anche qui mi limito a fissare due punti essenziali. Il primo punto è questo: che ogni attività individuale diretta verso la rigenerazione della coscienza religiosa deve esplicarsi socialmente, deve collegarsi nella azione di un gruppo di individui affini. La religiosità è una funzione sociale per eccellenza. Così hanno avuto origine tutte le grandi e piccole religioni: anche il Cristianesimo, anche il Buddismo sono stati in origine gruppi dispersi di piccole associazioni che più tardi si sono unite dando origine a vere chiese nel senso più ampio della parola. Un filosofò francese, M. Guyau, che in un memorabile libro ha cercato di tracciare le vie della coscienza religiosa dell’avvenire, vede precisamente in questa anomia, in questa libera associazione delle coscienze in piccoli gruppi, uno dei caratteri essenziali della religiosità futura. Il secondo è la necessità di una rigorosa disciplina, di una completa dedizione di sè stesso, della propria volontà e dei propri interessi. Non vi è nulla di più ridicolo della leggerezza superficiale di tanti che si atteggiano a riformatori ed apostoli facendo di questo loro atteggiamento uno sport antipatico e sapendo conciliare con molta prudenza con questo facile eroismo le esigenze e le comodità della vita. Dedicare sè stesso al miglioramento spirituale della umanità è cosa grave ed eroica: ce lo insegnano coloro che a quest’opera hanno fatto sacrificio di tutte le cose più caramente amate. Le ore che viviamo hanno qualche cosa di grave e di tragico: coloro che nobilmente aspirano a guidare l’umanità in questo difficile momento debbono avere coscienza di tutta l’asprezza e la grandezza del compito e sentirsi disposti ai sacrifìci più penosi.

Ma potranno ancora questi sacrifìci servire a qualche cosa? Vi è ancora una via di salute aperta? Questa è la domanda che sentiamo quotidianamente e che sorge spontanea anche alla fine di queste mie considerazioni. Certo questa è una domanda che può rendere pensoso ogni più sagace osservatore della realtà sociale: essa rende tanto più incerto il filosofo che vede troppo dall’alto le cose del mondo per poter anche solo avventurare su questo punto un giudizio. Del resto agli occhi del filosofo ciò è da un certo punto di vista profondamente indifferente. Anche nella sfera delle attività sociali vige il principio