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losofo, che vede tutte le cose nell’unità e nell’identità d’un principio universale, sono due estremi d’una scala unica.

Posto questo concetto dell’intelligenza, se ci si chiede: l’animale ha intelligenza? dobbiamo rispondere: Senza dubbio alcuno. L’intelligenza comincia con i primi albori della vita animale. Io non ho qui che da rinviare a tutti i così detti atti di intelligenza animale: così detti appunto perchè rivelano una conoscenza ed un’utilizzazione della consecuzione causale dei fenomeni1. Riferirò, come caso tipico, solo un’esperienza personale del Romanes, anche perchè è un’esperienza negativa. Noi siamo così abituati alle consecuzioni causali famigliari, che, appena ci si presenta un’impressione nuova, subito l’inseriamo in questa concatenazione; e quando non riusciamo, cioè quando ci troviamo dinanzi ad un fatto, la cui causa ci sfugge (p. es. un rumore inspiegabile), ci inquietiamo con un senso di meraviglia e di paura. Ora lo stesso fa il cane nell’esempio che sto per riferire. «Il mio cane (scrive il Romanes) soleva, come tanti altri della sua specie, giocare con gli ossi che gettava in alto o dinanzi a sè, dando loro l’apparenza di cose vive, per aver poi l’immaginario piacere di azzannarle. Un giorno gli diedi a questo fine un osso, che però era attaccato ad un filo lungo e sottile. Dopo che egli lo ebbe gettato alcune volte in alto, io colsi l’occasione che esso era caduto un po’ lontano da lui per tirarlo via adagio col filo invisibile. Subito il cane mutò attitudine. L’osso, col quale egli si era comportato come se fosse cosa viva, diventò per lui realmente tale ed allora il suo stupore non ebbe limiti. Egli gli si avvicinò prima con grande precauzione; e poiché il lento movimento continuava ed egli fu certo

  1. Non interessa naturalmente qui ricercare dove cominci, nella scala animale, la manifestazione indiscutibile dell’apprensione causale: basta qui riferirsi alle osservazioni più incontestabili. Per gli insetti superiori si veda, oltre ai lavori di Forel, di Wasmann e di altri, O. M. Reuter, Die Seele der Tiere, 1908, p. 28 ss. Si vedano anche le esperienze sulle scimmie antropoidi di W. Köhler, prof, di psicologia alla Un. di Berlino (Intelligenzpriifungen an Menschenaffen 1 2, 1921). Questi antropoidi (così conclude il Köhler) non si staccano solo per molteplici caratteri morfologici e fisiologici dal resto del mondo animale avvicinandosi alla razza umana, ma esplicano un modo d’agire, che è quello che noi consideriamo come specificamente umano.