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Pagina:Martinetti - Saggi e discorsi, 1926.djvu/113


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13. Certo questa realtà superiore non si rivela a noi altrimenti che con la sua attività formale, ossia con la legge morale. Essa dà all’attività nostra la forma intelligibile senza tuttavia far torto al suo meccanismo (pr. V. 43); impone ad una realtà inferiore un principio superiore, verso il quale la prima si orienta senza alcun turbamento dei rapporti interni. Quindi l’intelligibile non è un principio materiale dell’azione, ma sempre soltanto una legge formale; pur essendo in sè il vero fine ultimo dell’ azione morale, non ne è l’oggetto ma è soltanto per noi un «finis in consequentiam veniens» (Die Relig. 4) che si attua in un mondo inaccessibile alla nostra conoscenza. Il concetto di un mondo intelligibile non ha infatti nessun contenuto teoretico concreto, è una pura astrazione formale senza contenuto intuitivo (pr. V. 55-56): sotto l’aspetto della conoscenza non è veramente più d’un punto di vista che limita e riduce al suo giusto valore il concetto della realtà sensibile ( Grundl. 462).

D’altro lato però la rappresentazione simbolica dell’intelligibile ci permette di dare in ogni momento un contenuto concreto al principio puramente formale dell’imperativo categorico e di rappresentarci una realtà morale obbiettiva alla quale dobbiamo subordinare, nel rispetto della forma, la nostra volontà. Già nella Fondazione Kant ci ha dato un esempio di questa obbiettivazione simbolica della legge morale nel suo regno dei fini (Grandi. 428-9, 436). In esso Kant non fa altro infatti che concretare in un regno di esseri razionali la razionalità astratta prescritta dalla legge: ma anche questo concetto è già una rappresentazione simbolica dell’intelligibile 1; è un oggetto di fede filosofica (Grundl. 462). Più tardi questo semplice concetto ha avuto un più ampio, ma meno felice svolgimento nella dottrina dei postulati della ragione pratica. Genericamente questa realtà morale può venir rappresentata come lo svolgimento d’un sistema di principii razionali culminante in ’un’unità suprema: ciò che nel mondo archetipo costituisce un atto unico fuori del tempo si distende invece nel mondo ectipo in una progressione indefinita, in uno sforzo incessante verso la perfezione morale ( pr. V. 122 ss.). Nulla quindi vieta di assumere lo svolgimento

  1. HiCKS, Die Begr. Phaenom. u. Notfmenon, 1897, 235 ss.