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86 parte seconda

XXII


L’ANELLO D’ORO, DONO DELLA SUA DONNA


     Breve cerchio d’or fin, che di splendore
con la spera del Sol contese e vinse,
mentre che ’l terso e molle avorio strinse
di quella man, che sí mi stringe il core,
     or doni a me, sol perch’io veggia, Amore,
quanto de l’aurea chioma, che m’avinse,
l’oro è men biondo, e come il bel, ch’ei cinse,
aggiunse men che non ne trasse onore.
     Con questo forse i piú pungenti strali
sovente indori e, per maggior martiro,
le mie piaghe rinfreschi aspre e mortali.
     Lasso! e quest’òr nel foco, ond’io sospiro,
vuoi che s’affini, e che di tanti mali
rappresenti al mio cor l’eterno giro.


XXIII


AL CAGNOLINO DELLA SUA DONNA


     Oh nel bel sen con quanta gloria assiso,
candido can, che la mia fé pareggia,
le lusinghe d’amor gode, e vagheggia
le meraviglie del celeste viso!
     Quivi dolci latrati al dolce riso
dolce confonde e di piacer vaneggia,
e dolce seco scherza e pargoleggia
quella crudel, che m’ha da me diviso.
     Fuggi la fèra dispietata infida,
semplicetto animal, se teco a sorte
pur qualche spirto di ragion s’annida.
     Strali ha negli occhi, e lá ’ve parli o rida,
ivi è pianto, dolor, servaggio e morte:
fuggi, fuggi, meschin, pria che t’ancida!