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versi di occasione 305

XLV


ALL’APPENNINO

quando lo passò a mezzo inverno.

(1601)


     Or, che dal freddo del di bianco sputo
l’ispida testa e di cristallo il mento
ti sparge il verno, e di gelato argento
t’arma le spalle e di diamante acuto,
     o superbo Appenin, che ’l crine irsuto
di nube avolgi, e nebbia spiri e vento,
de’ monti re, di cento fiumi e cento,
ch’apron d’Italia il sen, padre canuto;
     lunge dal vivo Sol degli occhi miei,
tra pianti e tra sospir secco ogni stelo
di speme, oh quanto a te simil sarei!
     Se non ch’io giaccio e tu ti levi al cielo,
gran pene io sento e tu insensibil sei,
io di foco son carco e tu di gelo.


XLVI


ALLA CITTÀ DI VENEZIA

(1601)


     Un cielo se’ di mille lumi adorno,
donna invitta del mar, reggia secura,
de l’alato lion diletto e cura,
di magnanimi eroi nido e soggiorno.
     Per farti al ciel, con meraviglia e scorno
del ciel, emula in terra, a te Natura
die’ di cristallo a par del ciel le mura
e di zaffiro i fondamenti intorno.
     Onde, nel molle tuo liquido suolo
librata, fossi a qual piú stanco legno
tranquillo porto e luminoso polo.
     E, certo, a’ tanti tuoi d’armi e d’ingegno
trionfi e pregi un elemento solo
fôra picciol ricetto e fral sostegno.

G. B. Marino, Poesie varie. 20