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280 parte sesta

a quel petto ond’io nacqui,
fra quelle braccia ov’allevato io fui,
mi stringei sí che con le labra mie
ben da le tue, mentre n’uscia veloce,
l’estrema aura vital coglier potea.
La famigliuola tua mesta piangea,
e piangev’io con dolorosa voce;
tu non piangevi, e, de le luci pie
serenando le tenebre natie,
con volto, piú che torbido, giocondo,
tutto nel cor premevi il duol profondo.
     E come (oh lasso me!), come poss’io
membrar senza sospir l’ultime note,
ch’altamente scolpite al cor mi stanno?
— A Dio, figlio, rimanti, io parto, a Dio;
prega tu quel Signor, che tutto pote,
ch’a sé m’accolga. Io del mortal affanno
sento, in veggendo te, men grave il danno,
poich’a l’estremo mio passo infelice
benedirti e baciarti almen mi lice.
— Ove, madre, ne vai? deh, ferma il piede!
— i’ volea dir, ma nol sostenne il duolo; —
ove mi lasci, solo
di pianti e di sospir misero erede? —
Quegli occhi, intanto, oimè! quegli occhi amati,
che mi fûr guida ad onorate imprese,
che mirar mi solean sí dolcemente,
che d’ogni affanno mio pianser sovente,
quando Morte il suo gelo in te distese
vidi d’atra caligine velati,
vidi de’ membri languidi e gelati
la soma indi cader, grave a se stessa,
d’eterna notte e duro sonno oppressa.
     Vidilo, ahi! perché ’l vidi, e questi miei
non chiusi anch’io di pianto usci dolenti,
che vider chiusi i tuoi girne sotterra?