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204 parte quarta

     La tua sete è troppo sconcia,
hai giá vòta la bigoncia.
Che furor, che furia pazza!
Ecco rotta ancor la tazza.
Io mi tengo a pena in piè:
evoè!
     Chi mi spigne, chi mi tira?
qual vertigine m’aggira?
O che sogno o che vaneggio,
danzar gli arbori qui veggio.
È pur notte o mezzodí?
no o si?
     Che traveggole ho davante?
E’ son pecore e non piante...
Par che l’isola si scota:
è la terra che si rota.
È pur giorno, si o no?
Io non so.
     Ma qual torbida tempesta
crolla intorno la foresta?
Ecco nembi senza fine,
lampi, folgori e pruine.
Non lasciam di bever giá:
che sará?
     Cose nòve, cose belle,
cento soli e cento stelle...
Ah no, no; son parpaglioni,
son zanzare e farfalloni.
Una, due, sett’otto e tre:
evoè!
     Volgesi al tempestar di quelle tresche
l’addolorata e timida fanciulla,
e di spavento e di stupore impetra.
Ma Dioneo, di sua beltate acceso,
poi c’ha di quell’affar compreso il tutto,
fatto pietoso de l’indegno oltraggio,