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176 parte quarta

iii

leandro

     — Stese la Notte avea
l’ali tacita a volo;
sol con roco fragor sonava il lido:
quando, il mar, che fremea,
sprezzando, ignudo e solo,
l’innamorato giovane d’Abido
dentro il pelago infido
s’espose, ahi troppo audace!
Per l’ombra oscura e bruna
non lucea stella o luna,
splendea sol d’alta ròcca accesa face;
ma piú splendeano assai
degli occhi amati i rai.
     Ebbe lo dio possente,
c’ha sovra l’acque impero,
del temerario ardir dispetto e sdegno;
onde col gran tridente,
a meraviglia fiero,
tutto commosse il tempestoso regno.
Inver’ l’amato segno,
lá per lo mare a nuoto,
il miserel serpendo,
sen gía l’onda battendo;
e del gran mugghiar d’austro e di noto
le querele interrotte
udia l’amica Notte.
     I sospiri fûr questi,
ch’ei sciolse, al ciel rivolto:
— O dea, figlia del mar, madre d’Amore,
dunque ove tu nascesti
restar morto e sepolto
deve un fedele innamorato core?
Non soffrir che l’ardore,