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140 parte terza


e, parlando d’amor, bacian le rive.
Quel venticello istesso,
quel zefiretto, che sussurra e freme
tra le cime de’ faggi,
tromba è di primavera,
che disfida ogni core
a la guerra d’amore.
O fèra d’Erimanto,
o neve d’Apennino, o quercia d’Alpe,
anzi alpe e scoglio e selce...
Che selce? Ella, quantunque
scabra, rigida e dura,
molle talor si rende
alle stille cadenti. O viva pietra,
ma la durezza e ’l gelo
del tuo cor, del tuo petto,
qual sospir mai riscalda?
qual giá mai pianto intenerisce o spetra?
Invan dunque ti scusi
che ’l mio dir non intendi.
S’amor forse e pietá da le mie note,
cruda, imparar non vuoi,
esser devrieno almeno
le fère irragionevoli e gli augelli,
gl’insensati arboscelli,
questi venti spiranti,
questi fiumi sonanti,
questi macigni e questi sassi alpestri
i tuoi muti maestri.

FILAURA


Fileno, il tuo discorso
è vago e dotto invero;
ma sí trito e commune,
e giá sí antico omai, che sa di vieto!
Quando Dafne essortava