Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/737



431.Conchiuse alfin, ch’oltre lo star sí sole,
per altro erano ancor donne infelici,
ai passaggier, per generar figliuole,
esposte a guisa pur di meretrici;
e ch’era non men misera la prole
che del seme nascea de’ lor nemici,
costretta ancora a perder le mammelle,
parti del sen le piú gentili e belle.

432.Non penò molto il Cavalier discreto
per ben disporla a far questa mutanza,
perch’oltre che la Donna odio secreto
portava a l’empia e scelerata usanza,
a revocar quel rigido divieto
giá da sé persuasa era a bastanza,
per onestar de’ lor trafitti cori
con leggittimo titolo gli amori.

433.Cosí cessár le leggi inique e sozze,
del pazzo abuso s’annullaro i riti,
furon le guerre e le discordie mozze,
le contumaci Donne ebber mariti,
ottenne Austrasio le bramate nozze,
passò Tigrina agl’imenei graditi,
concepinne a suo tempo e partorio
pargoletta bambina, e fui quell’io.

434.Nacqui, né fui però sí tosto nata
che strano caso e portentoso avenne.
Aquila bianca, d’oro incoronata,
dal Ciel battendo l’argentate penne,
per le finestre de la stanza entrata
dritto a la cuna, ov’io giacea, ne venne,
e mentr’io tra le fasce ancor vagía,
mi ghermí con gli artigli, e portò via.