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399.A la vergogna, a la fatica or l’ira
rossore aggiunge e ne divien piú bella;
onde molto piú spessi aventa e tira
i colpi in lui l’intrepida Donzella.
Ma l’altro allor, che quel bel volto mira,
senza moto riman, senza favella:
trema, sospira, e sparge a mille a mille
piú dal cor, che da l’armi, alte faville.

400.E mentr’ella a ferirlo ha il ferro accinto
per far ch’essangue a terra alfin trabocchi,
— Che fai? che fai? — le dice — eccomi estinto
senza che piú la bella man mi tocchi.
Morto m’hai giá, non ch’abbattuto e vinto,
co’ dolcissimi folgori degli occhi.
Crudeltá piú che gloria, omai ti fia
con piú piaghe inasprir la piaga mia.

401.Ma poi che morto pur brama vedermi
congiunto a beltá tanta un cor si crudo,
ecco la testa, ecco la gola inermi
t’offro senza difesa, e senza scudo. —
Disse, ed anch’ei restò, tolti gli schermi
de la cuffia di ferro, a capo ignudo:
e parve un Sol, qualor piú luminosi
trae fuora i raggi in fosca nube ascosí.

402.Tosto che ’n luce uscí quel che pur dianzi
di celar la celata avea costume,
trovossi anch’ella un Garzonetto innanzi,
che mettea pur allor le prime piume,
io non so dir, quanto l’un l’altro avanzi
e ’n cui splenda d’Amor piú chiaro il lume.
Sembran Pallade e Marte armati in campo,
di beltá, di valor gemino lampo.