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ÓÓ2

GLI SPETTACOLI

155.Spiacque a ciascun la crudeltá villana
del Barbaro feroce e discortese;
ma ’l fido amico a la caduta estrana
d’ira non men che di pietá s’accese.
— Volgiti — disse — a me, bestia inumana,
che disonori l’onorate imprese,
e d’avilire e d’infamar ti gonfi
l’onor de le vittorie e de’ trionfi.

156.Non superbir con vanitá si sciocca
perché mole di membra abbi cotanta,
ché se sembra il tuo corpo eccelsa rocca,
eccelsa rocca ancor s’abbatte e schianta.
Spesso da giogo altero al pian trabocca,
tronca da picciol ferro, immensa pianta.
Spesso lo smisurato angue d’Egitto
da minuto animai cade trafitto.

157.Fu l’uccisor del fier Leon Nemeo
vie piú forse di te forte e membruto,
pur nel tallon trafitto alfin cadeo
dal morso sol d’un pesciolin brancuto.
Fu di quel ch’io mi son, del campo Acheo
forse minor l’esploratore astuto,
pur tolse di sua man con picciol remo
l’arroganza e la vista a Polifemo. —

158.Con un ghigno sprezzante e pien d’orgoglio
l’ascolta il grande, e qual si sia, noi degna.
— Teco non con la man combatter voglio:
solo il mio piede a ben lottar insegna.
Con un calcio di quei ch’aventar soglio,
ti manderò dove Saturno regna:
e ’n tornar giú mi recherai novelle
di ciò che colassú fanno le stelle. —