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155.Quando la madre il cattivai ritrova,
ch’ai sonno i lumi inchina, e i vanni piega,
tosto pian pian pria che si svegli o mova,
per l’ali il prende, e con la benda il lega.
Amor si desta, e di campar fa prova,
e si scusa, e lusinga, e piagne e prega.
Non l’ascolta Ciprigna, e se ben scherza,
simulando rigor, stringe la sferza.

156.— Tu piagni — gli dicea — tu crudo e rio,
che di lagrime sol ti pasci e godi?
e pur dianzi dormivi, e pur (cred’io)
sognavo ancor dormendo insidie e frodi!
Tu, che turbi i riposi al dormir mio,
e m’inganni e schernisci in tanti modi,
tu, che ’l sonno interrompi ai mesti amanti,
dormivo forse al mormorar de’ pianti? —

157.Cosi dice, e ’l minaccia, e da’ bei rai
folgora di dispetto un lampo vivo.
Ma ’l suo vezzoso Adon, che non sa mai
il bel volto veder se non giolivo,
corre a placarla, e — Serenate omai
quel sembiante — le dice — irato e schivo.
Vorrò veder, s’ad impetrar son buono
dal vostro sdegno il suo perdono in dono. —

158.Come, veduto il pasto, in un momento
mordace can la rabbia acquetar suole,
o come innanzi al piú sereno vento
si dileguan le nubi, e riede il Sole;
cosí de l’ira ogni furore ha spento
Venere a le dolcissime parole.
— Piace — risponde — a me, poi ch’a te piace,
per maggior guerra mia, dargli la pace.