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95.Del Ciel l’ambiziosa Iraperadrice
tosto che vide il non piú visto augello,
che ’l pregio quasi toglie a la Fenice,
il volubil suo carro ornò di quello.
Poi le penne gli svelse, e fu inventrice
d’un istromento insieme utile e bello,
ond’a le mense estive han le sue serve
cura d’intepidir l’aura che ferve.

96.Ed io, che soglio ognor qualunque imago
scacciar dagli orti miei difforme e trista,
d’averlo ammesso qui godo e m’appago,
ché grazia il loco e nobiltá n’acquista;
perché Natura in terra augel piú vago
non credo, ch’offerir possa a la vista,
né so cosa trovar fra quanti oggetti
invaghiscano altrui, che piú diletti.

97.Vedilo lá, ch’a’ piú bei fior fa scorno,
e ben d’altra pittura i chiostri onora,
con quanta maestá rotando intorno
di mirabil ghirlanda il palco infiora!
Perché crediam, che si si mostri adorno,
se non per allettar chi l’innamora?
e per aprire a la beltá, che mille
fiamme gli aventa al cor, cento pupille?

98.Or che far dee, dolcissimo ben mio,
gentil petto, alto core, e nobil voglia?
Qual da sí dolce universal desio
anima fia, che si ritragga, o scioglia?
Ma che mirar? ma che curar degg’io
del bel Pavon la ben dipinta spoglia,
s’aprono agli occhi miei le tue bellezze
altri fregi, altre pompe, altre ricchezze?