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il manzoni e vincenzo monti. 55

ziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta rlverenza del discepolo. «Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il Persio, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano.» Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e i Montiani sopra l’argomento della mitologia nella poesia moderna, ma ancora per illustrare qualche passo del Carme In morte dell’Imbonati.

Il giovine Poeta rammentando l’indegna, educazione ed istruzione ch’egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de’ Nobili, non rattiene, com’è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti:

                    Questa
Qual sia favilla, che mia mente alluma,
Custodii com’io valgo e tenni viva
Finor. Nè ti diro com’io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
Dell’insipida stoppia, il viso torsi
Dalla fetente mangiatoia, e franco
M’addussi al sorso dell’ascrea fontana;
Come, talor, discepolo di tale,
Cui mi sarìa vergogna esser maestro,
Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente e ragionar con loro.