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il manzoni poeta satirico. 47

condannare con esso i poeti Metastasiani; quindi, come pensa Paolo Ferrari, il poeta viene pure a condannare il melodramma grottesco con le maschere, la tragi-commedia, il dramma semi-serio che ottenne favore sulle scene italiane e francesi nel principio di questo secolo:

  Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
    Alto minaccia, e la viril sua fiamma
    Ad Antigone svela, o con l’armata
    Destra l’infame reggia e il cielo accenna,



alquanto infelice, il Carme per l’Imbonati, il Manzoni gli scrisse in termini abbastanza vivaci e risentiti. In quella lettera del 18 aprile 1806 che il signor Romussi ci ha fatta conoscere, son notevoli queste parole relative all’Astigiano: «Tu mi parli di Alfieri, la cui vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l’indipendenza, secondo il tuo modo di pensare, e secondo il mio un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo, di cui debba arrossire. Ebbene, Alfieri dedicò. Ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro, ec.» Nella lettera francese al Chauvet sopra l’unità di tempo e di luogo, pubblicata nell’anno 1820, il Manzoni, che combatteva come poeta drammatico le unità alfieriane, poneva pure una parola di biasimo contro l’Autore del Misogallo: «Un uomo celebre, cui l’Italia era avvezza ad ascoltare con riverenza, aveva annunziato ch’egli avrebbe lasciato postumo uno scritto, al quale erano confidati i suoi più intimi sentimenti. Vide la luce il Misogallo, e la voce d’Alfieri, la sua voce che usciva dalla tomba, non levò alcun rumore in Italia, perchè una voce più potente si levava in ogni cuore contro un risentimento che mirava a fondare il patriottismo sull’odio. L’odio per la Francia! per la Francia illustrata da tanti genii e da tante virtù, donde sono sorte tante verità e tanti esempi! per la Francia che non si può vedere senza provare un’affezione somigliante ad amore di patria, e che non si può lasciare senza che al ricordo d’averla abitata non si mescoli qualche cosa di malinconico e di profondo simile all’impressione di un esiglio.»