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il manzoni e la critica. 285

per la Germania, due Don Chisciotti per la Spagna; l’uno dei due deve essere una freddura o una caricatura. Così non si può dare in Italia un altro libro simile ai Promessi Sposi, e il Manzoni avea troppo buon senso per immaginarsi di poterlo scrivere; egli non era, per dire il vero, un grande ammiratore del Tasso; anzi è strano il disprezzo che mostrò a questo nostro grande e infelice ingegno; ma, se ammirava qualche cosa in lui, la Gerusalemme Conquistata dovea parergli una grande miseria nel confronto della Gerusalemme Liberata. Egli dunque non avrebbe mai commesso lo sbaglio di comporre un secondo poema, o sia un secondo romanzo; ma nel capitolo 22 del suo romanzo si era letto questo passo, relativo alla storia della Colonna infame ed agli Untori: «È parso che la storia potesse esser materia di un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla con l’estensione che merita. E, oltre di ciò, dopo essersi fermato su quei casi, il lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l’esame di quelli, torneremo finalmente ai nostri personaggi.»

Fu uno sbaglio quella pubblica promessa; poichè si trovarono subito, non so se speculatori o spigolatori, o l’uno e l’altro insieme, che gli sfiorarono l’argomento, così chiaramente indicato alla curiosità del pubblico, di maniera che quando il Manzoni ebbe pronta la sua Storia della Colonna infame, troppi dei documenti ch’egli aveva esaminati il primo, aveano già vista la luce. E poi il pubblico s’era immaginato