Apri il menu principale

Pagina:Manzoni.djvu/258

256 i promessi sposi.

perciò, dopo ch’ella serve il dottore, non ha mai visto tornar via il ricorrente co’ suoi doni rifiutati; il primo caso è quello di Renzo venuto dal dottore a domandar giustizia contro un prepotente; ma alla serva non può venire in capo che si tratti d’un innocente perseguitato; nel restituirgli dunque le quattro bestie per ordine del padrone, le dà a Renzo «con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella.» Bisogna che Renzo sia più birba di tutte le altre birbe che il dottore ha rivendicate all’onore del mondo, perch’egli si decida a lasciarlo partire col suo vistoso regalo. Il torto che la serva fa a Renzo, pensando così male di lui, è men grave della condanna del dottore e di tutti i dottori di legge che gli somigliano, sottintesa in quel giudizio temerario. Renzo torna a casa indignato, e non sa dir altro col cuore in tempesta, se non queste parole: «Saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c’è giustizia finalmente.» Al che il Manzoni è pronto a soggiungere: «Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.» Quanta profonda ironia in questa frase! Renzo torna da una spedizione, nella quale ha pur troppo potuto accorgersi che giustizia nel mondo proprio non ce n’è; ma vi sono parole che si dicono senza alcun perchè; Renzo vuole la giustizia, e non la trova; per rendere questo suo sentimento usa un’espressione popolare, e dice che la giustizia finalmente c’è, quando ha proprio fatto esperimento del contrario; il Manzoni, da quel fine umorista che è, nota la contradizione che esiste talora fra le cose che si dicono e quelle che si