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252 i promessi sposi.

è lecito argomentare che si trovi accennata nel racconto della gioventù di Lodovico. Noi non sappiamo se il Manzoni abbia avuto duelli nella sua gioventù; delle così dette leggi cavalleresche egli ne parla come un uomo che le conosce, meglio che dai libri di cavalleria, i quali si trovano nella biblioteca di Don Ferrante, per un po’ di pratica; ed è possibile che qualche caso di provarsi alla scherma, se non di un serio duello, gli sia occorso in Milano innanzi al suo primo viaggio di Parigi; ma non abbiamo per ora alcuno indizio per affermarlo.1 In ogni modo, Lodovico convertito in Fra Cristoforo rassomiglia tanto all’Autore che par proprio lui, eccetto il tono di predica che non era del Manzoni. «Il suo linguaggio, è detto, era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l’uomo s’animava, a un tratto, dell’impeto antico, che, secondato e modificato da un’enfasi solenne, venutagli dall’uso di predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l’aspetto, annunciava una lunga guerra, tra un’indole focosa, risen-

  1. «Lodovico (scrive il Manzoni) aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l’aveano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello, a cui era accostumato; e vide che a voler esser della loro compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza o di sommissione, star sempre al di sotto e ingozzarne una ogni momento. Una tal maniera di vivere non s’accordava, nè con l’educazione, nè con la natura di Lodovico. S’allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico, perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili.»