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i promessi sposi. 225

que’ capitoli de’ Promessi Sposi, e li confronti con la diligente biografia che di Luigi Tosi scrisse il professor Magenta, si persuaderà facilmente che il Manzoni innestò la figura del cardinal Federigo sopra quella del proprio santo confessore.

Ma ciò che da principio doveva essere l’intiero libro, diventò poi un semplice episodio di esso. Il Manzoni, riuscito, di giorno in giorno più, realista o verista nell’arte sua, desideroso di fare sopra il suo tempo, sopra la gioventù che doveva educarsi per mezzo della lettura, una impressione durevole e profonda, dopo aver concepito un alto e vasto poema, disegnò di scriverlo in prosa. Nel tempo in cui l’amico suo Tommaso Grossi venuto con lui a Brusuglio si provava a vestire di forme più popolari l’ottava epica, scrivendo il poema de’ Lombardi alla prima Crociata, il Manzoni intraprendeva una riforma più radicale. Egli era d’avviso che si dovesse pensare e sentir alto, ma scriver piano; e come Dante avea creata la lingua poetica italiana, il Manzoni, anco se non vi pretendeva, riuscì a fondare veramente la nuova prosa italiana. Si dirà; ma come? Il Foscolo ed il Monti non avevano forse preceduto il Manzoni? Sì, ma oltre che nessuno de’ due ha presentato all’Italia una prosa così ricca di fatti, di osservazioni, d’idee originali, di affetti veri e di tipi scolpiti come i Promessi Sposi,

    da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi che dall’infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta.»