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i promessi sposi. 221

colar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l’opera; l’episodio dell’Innominato. Dal Gioia gli venne l’idea della inutilità delle leggi, quando queste non siano in armonia coi costumi, ed i legistatori rimangano stranieri al paese.1

È lecito il supporre che, prima di accingersi a scrivere i Promessi Sposi, il Manzoni siasi consigliato col suo confessore canonico Tosi; è lecito il supporre che, nel primo disegno, annunziando il Manzoni di voler narrare la conversione d’un reprobo alla fede, egli abbia incontrato un’approvazione piena ed assoluta.

L’Innominato che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che, dopo avere per dodici anni lottato per credere, annunziava finalmente che il canonico Tosi gli avea toccato il cuore, lo avea vinto e fatto cosa di Dio; era il Manzoni stesso che confessava, anzi esagerava ai proprii occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale avea

  1. Questa notizia ch’io rilevo da una lettera del professore Giovanni Rizzi, trova pure conferma nelle seguenti parole del Buccellati: «Rattristato, per i rovesci del 1821, la morte e la prigionia degli amici, (il Manzoni) disse a Grossi ch’egli non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero di Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l’amico nel suo eremitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la Storia del Ripamonti e l’Economia e Statistica del Gioia, in cui si trovano citate le Gride contro i Bravi e gl’inconsulti Decreti annonarii. Oh! che tempi, diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all’Innominato. Sarebbe bene porre sottocchio in modo evidente questa istoria....»