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le strofe del marzo 1821. il cinque maggio. 209

e profonda impressione. Al poeta Longfellow, che, in una sua visita al Manzoni, avvertiva la Impossibilità, nella quale egli si era trovato di render convenientemente in inglese tutte le bellezze di quell’Inno straordinario, il Manzoni con la sua solita originalità ed arguzia, pur facendosi tutto rosso in viso, rispondeva: «Dio buono! Era il morto che portava il vivo!» Il Manzoni era, del resto, sinceramente persuaso che si fosse un poco esagerato il merito del proprio componimento, a cui fu senza dubbio non piccola gloria e pari fortuna l’essere stato proibito dalla Polizia austriaca, tradotto in tedesco dal Goethe, imitato in francese dal Lamartine.1 L’Austria aveva tosto riconosciuto nel Cinque Maggio del Manzoni un omaggio troppo splendido al suo temuto nemico, che pareva come evocato dal suo sepolcro, in quelle strofe potenti. Non ne permise la stampa; ma il Manzoni ebbe l’accorgimento di presentarne alla Censura due esemplari: un esemplare il censore tenne gelosamente presso di sè; dell’altro esemplare non prese alcuna cura; ed il caso volle che andasse smarrito negli stessi ufficii di Polizia, o sia che qualche impiegato lo

  1. Dopo aver letto il Cinque Maggio, il Lamartine ne aveva scritto così al suo amico De Virieu: «J’ai été bien plus satisfait que je ne m’y attendais de l’ode de Manzoni; je faisais peu de cas de sa tragédie (Il Conte di Carmagnola); son ode est parfaite. Il n’y manque rien de tous ce qui est pensée, style et sentiment; il n’y manque qu’une plume plus riche et plus éclatante en poésie. Car, remarque une chose, c’est qu’elle est tout aussi belle en prose et peut-être plus; mais n’importe; je voudrais l’avoir faite.» Quest’ultima confessione, in bocca del Lamartine, vale quanto il più splendido elogio.