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il manzoni unitario. 193

neva già al Manzoni fino dal loro primi colloquii intorno alla lingua italiana. «Il Fauriel (scriveva il Sainte-Beuve), udendo le ingegnose ragioni del Manzoni, non ardiva contradirle in tutto, ma nondimeno aveva qualche cosa da ridire. L’Italia ebbe pure in tutti i tempi i suoi grandi scrittori; perchè dunque non potrà averne anche oggi? È poi un male così grande ed irrimediabile, alla fin fine, d’esser costretto a scegliere, ed anche, in un certo senso, a comporsi la lingua, a tenerla sollevata dalle trivialità, a cercare d’indirizzarla verso un tipo superiore, che s’appoggia direttamente, ma in modo larghissimo, all’esempio degli antichi maestri? È vero che, superate le difficoltà, ci vuole poi l’ingegno per far bene. Ma il Fauriel mostrava che qui il camp era assai vasto e glorioso. E ardiva, per certo, rimandare all’amico un rimprovero che ne avea ricevuto sovente; e incitarlo a non voler prendere per regola del suo lavoro un ideale di perfezione, a cui non è dato giungere interamente, neppure a coloro che ne hanno in sè il sentimento. E rifacevagli quella guerra che spesso il Manzoni compiacevasi fare a lui, per troppa incontentabilità. Il Fauriel era infatti incontentabile in ciò che componeva, ma sulle cose; il Manzoni sullo stile.» Noi possiamo ora trovar ragionevoli i temperamenti del Fauriel, ma dobbiamo essere persuasi ch’essi non convincevano il Manzoni, il quale mirava ad ogni specie di perfezione, e riconosceva come un elemento di perfezione l’unità.

Bisognava in Italia scrivere popolarmente per essere intesi da tutti, bisognava parlare una sola lingua, avere una sola fede religiosa, una sola fede politica;