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114 l’urania — l’idillio manzoniano.

un nuovo elemento che le mancava, la grazia. Il Manzoni vecchio diceva che l’arte deve aver per oggetto il vero, per fine l’utile, per mezzo l’interessante, ossia il bello. Il senso dei versi dell’Urania è il medesimo:

             .... sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna delle Grazie attinga.


Io dubito che l’amore abbia dettato que’ versi, e che nell’anno 1807 il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l’anno seguente sposare. L’Urania, a malgrado della bellezza di alcune parti, riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio ch’e’ fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto nel Carme per l’Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l’amico Fauriel non abbia sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel traduceva la Parteneide, poema alpestre del poeta danese Jens Bággesen,1 ove non solamente si rimettono

  1. L’incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel 1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all’Università di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta de’ suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l’onore di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma Uggiero il Danese, che cadde intieramente dopo la paro-