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l’urania — l’idillio manzoniano. 109

visamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l’Imbonati; ed anco questi versi, ove l’Autore trae l’espressione dal proprio modo di sentire, riescono pieni di poetica efficacia:

Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impaurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Per ch’ei non pianga; un tal divino riso
Con questi detti a lui la Musa aperse:
«A confortarti io vegno. Onde sì ratto
L’anima tua è da viltade offesa?
Non senza il nume delle Muse, o figlio,
Di te tant’alto io promettea.» — «Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl’Immortali alcuno
Rendesse all’uom, chi mai d’ostie e di lodi,
Chi più di me, di pregi e di cor puro,
Venerò le Camene?1 Or, se del mio
Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli
L’egro mio spirto consolar col canto.»
Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,
Qual d’uom che d’udir arda, e fra sè tema


  1. In quell’anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.