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— William, avete voi bisogno dì qualche cosa? Voi soffrite molto...

— Sì, mio amico, soffro assai ed ho bisogno di voi.

Non posso dirvi quanta gioia provassi in quel momento. Mi sedetti accanto a lui che era coricato, senza cuscini, vestito ancora come stava a Madera: tutto rabbuffato, cogli occhi rossi, pallido, sparuto, come se fosse stato malato un mese.

Gli strinsi ambe le mani, ed egli mi mise un braccio al collo, mi strinse al petto e pianse lungamente. Era l’ultima sconfitta di un animo forte dinanzi ad un dolore assai più forte di lui. Era il destino che piegava la cervice ad uno dei caratteri più gagliardi che io avessi mai conosciuto. L’antica mitologia così piena di filosofica poesia aveva ben avuto ragione, incarnando il destino in un Dio.

Rimasi tre lunghe ore con William, ed egli mi fece la storia dei suoi dolori. Era uno dei maggiori che possa soffrire l’uomo, ma era di quei dolori sublimi che elevano l’uomo, e che lo fanno superbo di sentirli. Era una storia semplice come tutte le cose grandi; la lotta di una passione con un dovere; io vi sentiva dentro tutta l’umana debolezza e tutta l’umana grandezza; tutto l’uomo: tutta quanta la povera creatura fatta di fango e di una scintilla che i miti di tutte le religioni hanno raffigurato come un semidio, mezzo Dio e mezzo animale, un vero anfibio che vive in cielo... e nel fango.

Da quel momento la mia amicizia per William divenne piena di venerazione. Io lo stimava assai più che non l’amassi, ed io l’amava con tutto il caldo dei miei ventidue anni, con tutto l’affetto che mi dava la naia solitudine, l’essere a molte miglia dal mio paese, da mia madre.

S’era sempre assieme: io non pensava più al turbine che mi aveva strappato dal suolo europeo, nè all’incerto avvenire che mi aspettava in America. Io mi era fatto l’eco di William, e con lui si parlava sempre delle stesse cose. Il suo passato, il suo avvenire, tutte quante le forze d’una mente vastissima, colta, di un cuore grande come il mondo, erano concentrate in un