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Le memorie nel vecchio 169


siamo dispersi per i prati e le foreste a caccia della voluttà, e ci siam riveduti alla stazione della virilità e ci siam contati una seconda volta. Non eravamo più che duecento.

Ed ora quanti siamo, dopo le battaglie dell’ambizione e della gerarchia sociale?

Forse trenta o quaranta.

E ci guardiamo commossi e trepidanti con un’aria di sorpresa, palpando le nostre carni, per sentire se davvero siamo ancora tra i vivi.

In tutto questo, direte voi, vi è più dolore che piacere. Io dico invece che vi è l’una cosa e l’altra insieme, e che non può dire di aver vissuto una vita piena e intiera chi non ha potuto raggiungere l’età dei lunghi ricordi; chi nel calice della vita non ha bevuto anche l’amaro eppur dolce nettare della malinconia.

La memoria di un lungo passato può avere talvolta l’amarezza della corteccia peruviana, ma com’essa ha pure l’azione tonica e corroborante; com’essa ha la virtù di guarire la febbre dei miasmi sociali e le nevralgie del secolo nevrosico.