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di Borgogna e di Bordeaux. Alto repubblicano, soleva dire che i Francesi fanno all’amore con le idee belle e grandi, le guastano senza rispetto come fantesche; e finalmente le piantano malconce e svergognate per modo che gli altri perdono la voglia di toccarle. Li detestava come inventori della formola: liberté, egalité, fraternité, dove il secondo termine, diceva lui, si caccia dietro al primo per ammazzarlo a tradimento. E poichè nel disprezzo come nell’ammirazione non aveva misura, diceva che tutti gli scrittori francesi insieme non valevano la nota del bucato di Giovanna; che Voltaire, per esempio, era uno smisurato buffone; che lo scriba Thiers con la sua strategia era un ridicolo retore Formione e sarebbe insultato da Bonaparte, se tornasse al mondo, come colui lo fu da Annibale. Quando parlava di Lamartine «questa gran chitarra che una repubblica ebete si pose in capo sul serio», certi rudi e gagliardi paroloni piemontesi mezzo sepolti nella memoria gli si smuovevano dentro, venivan su con lo sdegno e gli uscivano come cannonate. Picchiava poi sodo sulla folla, picchiava su i poeti e i romanzieri francesi con furore, perchè la poesia moderna e il romanzo, in qualunque lingua, gli erano odiosi. «La società è inferma», soleva dire, «e questi asini poltroni di letterati non fanno che eterizzarla continuamente». Per questo Marina non gli faceva vedere i suoi libri francesi. Gli parlava invece spesso e sinceramente di religione.

Il conte aveva una religione tutta propria, forse non troppo logica, ma ben salda e tenace come le altre sue opinioni. Credente in Dio e nello spirito immortale, partiva dal testo «gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis» per dividere nettamente le cose del cielo dalle cose della terra, e operare, secondo la sua espressione, il decentramento religioso. «Sappia — disse una volta ad un cattolico troppo zelante, — sappia che Domeneddio, per festeggiare la nascita di