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no, ti sacrifico il capriccio di Saetta e anche il mio: perchè davvero, se non ti avessi a scrivere, uscirei volentieri.

«Dimmi, perchè l’inchiostro di mio zio non asciuga mai? Dimmi, perchè, in settembre, viene al Palazzo mia cugina la contessa Fosca Salvador e Sua Eccellenza Nepomuceno, detto Nepo, figlio della medesima?

«Sì, ci penso. Perchè no? Perchè non potrei sposare il sior Nepo e andarmene lontano e dimenticare persino il nome di questa prigione odiosa? I Salvador hanno in Venezia un palazzo tra bizantino e lombardo, color mattone, piantato nell’acqua verde fra due rii deserti e puzzolenti, tutti belletta e cenci. Sai, una macchia d’Oriente, un Canaletto, un Guardi vivo da starvi volentieri due mesi all’anno, non però con la vecchia contessa che è un gran sacco scucito di chiacchiere trite e peste. Nepo non so che sia. Lo vidi una volta a Milano. Ha un’aria soddisfatta, un parlar molle e rotondo che me lo fece parer di fior di latte sbattuto. Intesi dire allora che era studiosissimo di economia politica e che, aspettando la liberazione del Veneto, si preparava a farsi eleggere deputato del paese dove ha la sua contea di risaie. Perciò G...., che non lo poteva soffrire, lo chiamava un personaggio d’anticamera. La contessa Fosca, che io ho udita parlare di mio zio con orrore, ha annunciata questa visita con due lettere, una per mio zio, una per me, tenerissima, tanto che non ha creduto di metterci neppure una consonante doppia.

«Altra novità: abbiamo a Palazzo un principe nero. Ti parlerò di lui; un tema che potrà forse conciliarmi il sonno, fermare la mia penna che va e va come punta da una tarantola.

«Nero, prima di tutto, sì, lo è molto, tranne forse ai gomiti della redingote; principe, no, in nessun modo. È un piccolo borghese, in apparenza. Lo chiamo — principe nero — per il suo contegno chiuso di personaggio misterioso.