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Si udì un gemito lungo, debole.

— Donna Marina? — disse Steinegge.

L’altro non rispose, ascoltò ancora. Non si udì più nulla. Allora quegli, come uscisse da un sogno, si mise a parlare affrettatamente:

— Cose orribili, sa. Le hanno detto?...

— Sì, mi ha detto qualche cosa il signor curato.

— Oh, Lei non ha idea di quel momento! Guardi.

Il Vezza rappresentò tutta la scena appuntino, parlando sottovoce, interrompendosi tratto tratto per ascoltare.

— Io esco — diss’egli poi — con l’avvocato Mirovich, sa, l’avvocato dei Salvador. Trovo nel corridoio donna Marina in preda a convulsioni terribili. Non gridava perchè aveva addentato l’abito dell’altro qui al petto; gemeva. Si chiama il medico, la cameriera, la moglie del giardiniere. A gran pena riescono a trarla su per la scala, senza poterle aprir la bocca.

Dopo non so più niente di positivo; deve aver continuato il delirio violento. Adesso si capisce che è più tranquilla, ma fino a poco fa sono state, mi dicono, urla, maledizioni, suppliche incomposte. Parlava sempre a quell’altro. Ed egli è là, capisce? Non è disceso mai. Oh! cose incredibili. Quando si pensa quella scena, qui in loggia. l’anno scorso! A proposito, lo sa che stanotte quando il povero Cesare ebbe l’ultimo attacco, loro due erano insieme!

— Erano insieme?

— Insieme, insieme! Li ha trovati la Fanny in camera da letto.

— Oh!— esclamò Steinegge. Gittò via il cappello, rimase a braccia aperte.

— Insieme — riprese il Vezza dopo un breve silenzio.

— E in un momento lo hanno saputo tutti.

— Commendatore — disse Nepo dall’altro capo della loggia — vuol favorire?

Il commendatore uscì, rientrò pochi minuti dopo.

— Che confusione! — diss’egli. — Lo sa che partono!