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Fanny aveva posato il lume sul primo scalino. Catte e la contessa Fosca passarono, guardarono su per la scala, si fermarono. Allora Silla, quasi involontariamente, lasciò libera Marina, che saltò nel corridoio sugli occhi attoniti delle due donne e passò loro davanti, senza salutarle. La contessa Fosca tutta imbacuccata in un gran scialle nero, guardò Silla con un lampo, sul suo faccione volgare, di severa dignità; non disse motto e passò oltre. Silla discese nel corridoio, la vide entrare con Catte nella camera del conte. Non vide Marina, capì che doveva esservi già entrata, si battè rabbiosamente i pugni sulla fronte. Balzò quindi in punta di piedi all’uscio del moribondo e origliò.

Suscipe, Domine— diceva don Innocenzo — servum tuum in locum sperandae sibi salvationis a misericordia tua.

Una larga voce, breve e grave come un soffio d' organo appena tocco, rispose:

Amen.

Silla strinse, come chi affoga, la maniglia dell’uscio. Questo fu aperto; si susurrò: — Avanti!

Egli entrò, non guardò, non vide; cadde ginocchioni presso una sedia, accanto alla porta.

La luce d’una candela posata a terra presso il letto batteva sulle bianche lenzuola cadenti, sui pomi d’ottone della lettiera, sui frantumi di ghiaccio sparsi pel pavimento: gittava attraverso la camera la grande ombra di don Innocenzo, ritto presso al moribondo di cui si udiva il rantolo affannoso, precipitato. Da piè del letto, nella penombra, stava il medico, ritto; accanto a lui la Giovanna, inginocchiata, soffocava i singhiozzi nelle coltri. Dispersi nelle ombre dell’ampia camera erano inginocchiati la contessa Fosca e suo figlio, il Vezza, i domestici, il giardiniere. Questi e il cameriere del conte piangevano. Il Mirovich, vecchio mondano, stava appoggiato alla parete in un angolo. Se ne sarebbe andato volentieri: restava per un riguardo alla contessa.