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piano inferiore, passarono il Vezza e il Mirovich, senza cravatta nè solini, curvi, frettolosi. Il giardiniere che recava il ghiaccio li raggiunse, li urtò col gomito, passò loro avanti. Improvvisamente si udì la voce sonora di don Innocenzo:

Renova in eo, piissime Pater, quidquid terrena fragilitate...

Poi più nulla. Certo un uscio era stato aperto e richiuso.

Marina e Silla uscirono sul corridoio seguiti da Fanny, videro il Vezza e il Mirovich aprir piano piano l’uscio del conte, scivolar dentro; udirono ancora per un istante, la voce di don Innocenzo:

Commendo te omnipotenti Deo.

Fanny diè uno strido, posò il lume a terra e fuggì.

Marina si fermò, si voltò a guardarla.

— Stupida! — diss’ella. — Poi sussurrò a Silla:

— L’altra notte, andando da lui a vendicarmi, son caduta qui, a quest’ora stessa. Non te l’ho detto che l’ho ferito a morte?

E fe’ un passo avanti. Ma in quel punto si sentì cinger la vita dalle mani poderose di Silla, riportar di peso sulla scala. Tacque un momento, sbalordita; quindi, ingannandosi sulle intenzioni di lui, gli disse sorridendo: — Dopo!

Egli non parlò.

— Lasciami dunque!

— No — rispose Silla. Non era più la ebbra voce di prima; era la voce d’uno che vede subitamente qualche cosa orribile.

— Come? — diss’ella.

Si contorse tutta, si divincolò, quale una serpe nell’artiglio dello sparviero. Si racchetò subito, cupa.

— Ohe, quel lume! Chi ha lasciato lì quel lume? — disse Catte che veniva dal lato opposto alla camera del conte. Un’altra voce commossa ripeteva — Gesummaria, Gesummaria!