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CAPITOLO II.


Un mistero.


Il pranzo fu triste. Il padre Tosi si alzò da tavola subito dopo la minestra per andare dal conte, e non ritornò più. La contessa e Nepo mangiavano compunti. Il signor Vezza aveva voglia di chiacchierare, temendo che quel silenzio malinconico gli preparasse una digestione laboriosa. Scelse a interlocutore l’avvocato Mirovich e gli parlò di Venezia, de’ suoi amici di colà, del caffè e pannera in gelo, dell’Istituto Veneto e delle gondole, tirando in mezzo Virgilio per amore o per forza:


Convolsum remis, rostrisque tridentibus aequor.


L’avvocato si seccava e rispondeva corto, ma il commendatore tirava via a ronzare a ronzare, fra un boccone e l’altro, arrischiando qualche sorriso, tanto sano a pranzo. Silla taceva come i Salvador. La contessa lo squadrò ben bene fin dalla minestra, nel chinarsi sul cucchiaio, e poi ogni volta che il cameriere gli presentava le vivande. Ella soffriva evidentemente di dove tacere, gittava a Nepo delle occhiate espressive, che dicevano — parlo, non ne posso più — ma Nepo la fissava con i suoi grossi occhi miopi, le chiudeva la bocca.

Alla fine del pranzo venne la Giovanna, le disse all’orecchio che il padre Tosi si disponeva a partire e {{PieDiPagina|Malombra.