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— Oh, benedetto, se l’aspetto come la manna del cielo!

— Tutte queste cose che avete visto Voi, io non le ho viste; forse sarò miope. Ma lasciamo stare. Non è poi necessario che due persone perdano prima il sonno, l’appetito e la testa, per poter poi vivere insieme passabilmente. A ogni modo, non ci vedo chiaro neppur io in questa faccenda.

Gli occhi languidi e lagrimosi della contessa si ravvivarono di botto. Ella si posò il fazzoletto sulle ginocchia.

— Io non so vedere — seguitò il conte — quale razza di felicità possa uscire dalla unione di Vostro figlio e di mia nipote.

Ciò! — esclamò Sua Eccellenza sbalordita.

— Mia nipote ha molto ingegno e una testa delle più bizzarre che Domeneddio e il diavolo possano mettere insieme quando lavorano a chi più può.

— Ma che spropositi, Cesare!

— Niente affatto. Non lo sapete ancora che la marca di fabbrica di quei due signori si trova in tutte le cose di questo mondo? Bene; mia nipote avrebbe bisogno di un marito d’acciaio forte e brillante. Vostro figlio non è d’acciaio sicuramente. Oh, io non lo disprezzo per questo. Gli uomini d' acciaio non si trovano mica a dozzine. Io credo che vostro figlio, il quale, tra parentesi, non ha le mie idee sull’aristocrazia, non sia il marito che ci vuole per Marina.

La contessa Fosca, ch’era venuta slacciandosi la cuffia, dondolando il capo, e soffiando, rispose:

— Cos’è questo fare? Cos’è questo parlare? Cos’è questa roba? sapete che mi fate venir caldo? Non ho capito bene il vostro discorso, ma se mai fosse contrario a mio fio, come mi è parso, ho l’onore di dirvi con tutto il rispetto al vostro talento, che non intendete niente. Andate a Venezia a domandare di mio fio; sentirete. No che non è d’acciaio; d’oro è. Venite fuori con certe cose che mi fanno proprio uscir dai gangheri.