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il lavoro italiano nell'argentina 151


paga all'estero sotto forma di compere. Vi sono industrie che in una nazione sono quello che la buona massaia è nella casa: fanno economia di tutto, raccolgono ciò che viene abbandonato, lo trasformano, l'utilizzano; e il loro lavoro continuo e silenzioso, spesso inapprezzato, alla fine raddoppia l'attivo. Dal grasso degli animali, una volta abbandonato insieme alla carne — non si prendevano che le ossa, il cuoio e le corna — ora si toglie la stearina, la margarina, l'oleina. Furono italiani i primi ad usufruire delle carni istituendo i saladeri dove a migliaia al giorno si macellano i buoi, la cui carne salata, il tasaio, viene esportato in grandissima quantità, mentre le altre parti degli animali si trasformano in olio, in colla, in cuoio. Profittando della stearina a buon mercato, degli industriali italiani hanno fondato una fabbrica di fiammiferi che produce centocinquanta milioni di scatole all'anno emancipando completamente il paese da quella importazione.

Si può giurare che non esiste un ramo d'attività che non si debba all'iniziativa italiana. Coltivata la terra e ottenuto il grano, gl'italiani crearono i primi molini. Ottenuto il granoturco, crearono le distillerie. Ottenuto il riso crearono le fabbriche di amido. L'uva era stata dichiarata di coltivazione impossibile in questa terra piana come un mare: la vite non verdeggia che sui colli. Essi cercarono lontano, ai piedi delle Ande, le colline e vi piantarono il prezioso arbusto. Vi mancava l'acqua; laggiù non cade la pioggia — i temporali umidi dell'Atlantico lasciano l'acqua lungo la immensa traversata della Pampa — ed essi chiusero la strada ai fiumicelli che scendono dai ghiacciai per le paurose gole della Cordigliera e irrigarono con le loro acque trecentomila ettari di terra. Una sola casa vinicola italiana di Mendoza produceva quarantacinquemila ettolitri di vino all'anno. Dico «produceva» perchè la crisi argentina ha travolto anch'essa nel turbine disastroso, gettandola a terra con altri colossi.