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sulle pendici del carso 423


affacciano spaurite al di sopra di un nereggiare di boscaglia. Il Monte Sei Busi era stato già preso, poi riperso, poi ripreso, poi riperso. Si concentravano sulla vetta troppi tiri di artiglierie, che non davano il tempo di consolidarsi. L’azione generale distolse da quella sommità una parte del fuoco che la batteva, permise agli assalitori di resistere, di lavorare, di organizzarsi e di reggere. Cominciavamo a dominare finalmente tutto un lato dell’altipiano, fino al Vallone, dietro a Doberdò, fino al laghetto.

Il Bosco Cappuccio e la boscaglia della spalla di San Martino, erano pieni di trincee, di reticolati. Vi infuriarono combattimenti furibondi a colpi di granate alla mano e di baionetta. Furono spesso lotte a corpo a corpo, avvinghiamenti, sotto ad un roteare di calci di fucile che cadevano a mazza. Le bombe asfissianti del nemico allungavano fra gli alberi il loro fumo persistente, denso, verde, vischioso. Dalle nubi velenose i nostri emergevano terribili, coperti dalle maschere di guerra che mettono sul viso l’apparenza mostruosa di una enorme bocca inumana.

Si combattè il giorno, si combattè la notte, si combattè il giorno appresso. La sinistra era salita sul San Michele. Contro di lei si volsero i cannoni di Gorizia. La montagna pareva in eruzione. I nostri non volevano lasciar presa. Erano decimati ma resistevano. Rimasero fino