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322 la conquista della conca di plezzo


stata della stessa gola. Aspettano l’assalto in silenzio, lo lasciano avvicinare senza tirare un colpo. Del resto, l’oscurità profonda renderebbe inefficace il tiro; non è a fucilate che l’assalto viene respinto. È a baionettate. Quando il nemico è a pochi passi dalle trincee, i nostri si precipitano alla mischia, lo scompigliano, lo disperdono. Al mattino dopo la battaglia divampava furibonda e vasta su tutto il bordo orientale della conca di Plezzo. Il nostro attacco in forze, lentamente preparato, si scatenava.

Più di sessanta cannoni tuonavano su quel ristretto fronte, e le nostre magnifiche fanterie si impegnavano sullo spalto erboso dello Svinjak, fra i boschi dello Javorcek, fra le rocce del Rombon, in un maestoso semicerchio di furore. Alla sera le prime nostre trincee di attacco avvicinavano i reticolati delle posizioni centrali. Proiettori e razzi illuminanti inondavano la vallata di splendori soprannaturali, e in vividi chiarori meteorici la battaglia proseguiva, terribile, fantastica. Per tutto era un divampare di esplosioni, un lampeggio di colpi, e il frastuono formava un solo, continuo boato. Si scorgevano talvolta degli strani, lunghi serpeggiamenti di luce azzurrastra come uno strisciare, uno snodarsi di favolosi fuochi fatui: erano getti di liquido infiammabile. Non vi sono mezzi sleali ed atroci di guerra che il nemico non tenti. Certi reparti