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290 monte nero


intristiscono nell’autunno, disseminato di pietre che vi mettono come una sparsa punteggiatura grigia da pittura divisionista. Bisogna inerpicarvisi con l’aiuto delle mani. Chi scivola difficilmente si riprende; non trova dove afferrarsi, rotola nel precipizio, è perduto. L’attacco che saliva per questo declivio vertiginoso non doveva sferrarsi contemporaneamente all’altro, che ascendeva per le balze rocciose e dirupate del versante opposto. Gli scalatori della muraglia avevano il compito arduo e terribile di attirare per i primi l’attenzione e il fuoco degli austriaci, mentre sul pendìo meridionale la vera azione risolutiva si sarebbe preparata silenziosamente.

Per confondere i rumori inevitabili dell’avanzata, fu dato l’ordine alle truppe rimaste sul pianoro inferiore di lavorare a gran colpi di piccone. I soldati picchiavano sodo, a caso, come volessero spezzare la montagna. Un tempestare di picconate echeggiava nelle tenebre fra strisciamenti metallici di pale. Gli austriaci, che ascoltavano dall’alto, sparavano di tanto in tanto qualche fucilata contro quel furore d’operosità, immaginando grandiosi lavori di trinceramento. Dovevano sentirsi rassicurati da tanta febbre di difesa. Improvvisamente i colpi di fucile si fecero più serrati, poi il fuoco si allargò, scrosciò con furore, senza pause, violento, rabbioso, mescolato ad un confuso e lontano gridìo. Giù, nel buio, i soldati che