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in un ospedale 87


possono già alzare, vestiti di pijama smisurati, qualcuno zoppicando, qualche altro col braccio al collo, passeggiano nelle corsìe, si aggruppano, conversano a bassa voce, educati, disciplinati, con un’aria da bravi collegiali. Basta un piccolo ordine di una dama infermiera, per vedere i soldati ubbidire con una docilità spontanea e gentile.

Alcuni feriti alle gambe in via di guarigione deambulano sostenuti alle ascelle da un apparecchio a ruote, e l’arto malato, informe nell’ingessatura, inizia così, rigidamente, i primi passi: «Largo, largo! — avverte il ferito sorridendo mentre sospinge la macchina col piede sano — largo che passa l’automobile!». L’apparecchio è anche chiamato velocipede. Lo scherzo fiorisce nella pena. La gaiezza spunta come il bucaneve nel biancore triste dell’ospedale. Una giovialità buona e composta è in tutti i discorsi, trova la sua espressione in ogni dialetto d’Italia. I figli delle più lontane regioni si uniscono qui nella più vera e sentita fratellanza del sangue. Hanno gli stessi entusiasmi, la stessa passione, la stessa speranza di tornare al fuoco.


Sono senza rancore verso la guerra che li ha colpiti. Il loro pensiero torna con compiacenza fra i compagni che si battono, anche nella febbre, anche nel delirio. Un rude alpino gravemente ferito, supino e immobile, ha vo-