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sfilato dalle guaine rosse i lunghi fucili, che portavano di traverso all’arcione, brandendoli in alto al disopra delle teste. Venivano tutti insieme in branco confuso, fra nembi di polvere, ma avvicinandosi si sono spiegati in una sola fila: erano dodici. Noi avevamo preparato le armi.

Li abbiamo visti poi sollevare e gettare sulla spalla destra il lembo del selham, scoprendo il braccio, ed appoggiare sulla coscia i calci dei fucili, le canne in alto. E ci siamo rassicurati. Era un gesto di saluto.

A dieci metri da noi si sono fermati di colpo, tutti insieme. I cavalli si sono irrigiditi, puntando i sottili garretti, il collo arcuato, la testa bassa, la bocca spalancata sotto alla pressione del terribile morso arabo. I cavalieri hanno fatto un inchino sulla sella, abbassando i fucili, mentre il loro capo che era in mezzo alla fila, armato solo d’una grande sciabola, pronunciava parole di saluto: Marhabbà Bik! - " Che tu sia il benvenuto! ".

Questa volta il saluto era proprio per me.

Il capo era un ricco arabo in relazioni commerciali col