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di Tito Lucrezio Lib. V. 35

     Esser dunque anco può, che l’aer nostro
     Da picciol foco, onde risplende il sole,
     Di cocenti fervori arda, se tanto
     Per se stesso è disposto, e così pronto,
     910Che per debili ardor possa infiammarsi:
     Qual talvolta le biade arder ne’ campi,
     E la stoppa veggiam, benchè una sola
     Favilla l’accendesse, e fumo e fiamma
     D’ogn’intorno eruttar. Forse anche il sole
     915Splendendo in ciel con la rosata lampa
     Molto di fervor cieco a sè d’intorno
     Fuoco possiede, il qual non luce; e quindi
     Può de’ fulgidi rai tanto robuste
     Render le calorifiche percosse.
920Nè chiara appar, nè semplice, nè certa
     La cagion, donde il sol dall’orbe estivo
     Giunga al flesso brumal d’Egocerote;
     E quinc’indietro ritornando il corso
     Dal cancro indrizzi al solstizial confine:
     925E come in un sol mese il giro stesso
     Compir sembri la luna, in cui si logora
     Dal sole un anno. Or la cagion di queste
     Cose, torno a ridirti, una, nè certa
     Assegnar non si dee: ch’esser ben puote
     930Qual del grande Adderita il saggio e santo
     Parer già fu, che quanto più vicini
     Son gli astri a noi, tanto men ratti e mobili


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